L'ultimo valzer del 14 luglio

Sulla parete all’ingresso della nostra cucina, incorniciata in giallo, c’è una fotografia
di Robert Doiesnau. L’abbiamo comprata a Parigi, scelta d’impeto tra altre centinaia
in un negozio di poster. Si intitola La dernière valse du 14 juillet.
Sul fondo scuro di una strada cittadina notturna, tra vetrine buie, due
giovani ballano in piena solitudine. Il vestito chiaro della ragazza, con sua
ampia gonna mossa, e il braccio del ragazzo, stretto alla vita sottile di lei,
rivelano il movimento, il vorticare di un valzer che non conosce stanchezza.
In basso, scritto in piccolo, c’è la data del copyright, 1949.

Mi capita di trattenermi un istante davanti a quell’immagine a chiedermi che cosa
ne è stato di quei due ragazzi. Diciamo che, se avessero avuto vent’anni al
tempo dello scatto, adesso ne avrebbero ottantasette. Non ci è dato sapere,
in primis, se sono ancora vivi e, poi, che vita hanno vissuto, se insieme o
separati, uniti solo da quella notte di festa. Una vita serena o travagliata, o
forse tutte e due le cose come capita a tante vite. Ma la domanda è un’altra.
Mi piacerebbe sapere se, vivendo e invecchiando, hanno ricordato quella notte.
Se hanno tenuto in debito conto la bellezza, la gioia, la pienezza, l’ebbrezza
di quel ballo. Se hanno compreso che è grazie a quella notte, e ad altri
momenti simili, che la vita è degna di essere vissuta. Penso al loro 14 luglio
con leggera commozione, con empatia. Con la consapevolezza che, qualsiasi cosa
capiti, nessuno potrà portarci via i nostri valzer. A condizione di saperli
custodire.