Fragile Carrie, forte Leia

Fragile Carrie, forte Leia   Sessant’anni, portati non benissimo. Ma all’immagine attuale di Carrie Fisher si sovrapponeva quella, giovane e bella, di Leia. Il mito è più forte della storia.
Per quanto siamo messi davanti alla realtà dei fatti, al logoramento del tempo, la memoria ci riporta sempre all’eterno presente della leggenda, della gioventù e della bellezza. Leia è più forte di Carrie, è ovvio. Era il 1977, quasi quarant’anni fa, quando Star Wars: Episode IV – A New Hope uscì nelle sale. Noi non eravamo certo più bambini, ma è con stupore infantile che abbiamo sgranato gli occhi davanti a effetti speciali dirompenti e a un’epopea che non provava imbarazzo nel riproporre il conflitto tra Bene e Male senza mezzi termini, senza distinguo o ambiguità. Una saga per adulti, ma che parlava (e parla) alla loro parte bambina.
La riproposta di miti classici (del cinema come della mitologia in senso stretto) in chiave tecnologica e fantascientifica ha creato quel senso di straniamento in cui risiede grande parte del fascino della saga. E, in una saga che si rispetti, un posto centrale spetta alla principessa. Solo che le principesse, di solito, sono inermi, alla mercé dei malvagi che le tengono prigioniere e dei virtuosi che le liberano. Leia Organa ha rivoluzionato il ruolo della principessa e, con esso, il femminile stesso. Leia è coraggiosa, combatte senza il timore di esporsi, non barcolla sui tacchi e non lancia urletti di terrore. Sia che indossi la lunga, aristocratica veste bianca, sia che si cali in uniformi da combattimento, rimane principessa e femminile, con la sua principesca acconciatura.
Il pattern narrativo delle “storie da maschi”, dalla chanson de geste al western, prevede un solo personaggio femminile (Ginevra o la donna del saloon). Star Wars non fa eccezione:
Leia è la donna e tale rimane ancora quarant’anni dopo.
Carrie Fisher ci ha lasciati, Leia rimane con noi.