Farewell, Barak!

Obama se ne va, lasciandosi alle spalle una presidenza luci e ombre. Se ne va sostanzialmente sconfitto, come certifica l’elezione di Trump che promette di ribaltare tutto quanto il suo predecessore ha realizzato. Gli elettori hanno votato l’anti-Obama, segno che il grande sogno di otto anni fa è andato deluso. Per quanti meriti possiamo riconoscere al presidente uscente, il dato di fatto rimane. Il premio Nobel per la pace se ne va lasciando un mondo assai poco pacificato, preda di nuove tensioni e vecchi massacri. Anche questo è un dato di fatto.  

Eppure, ci dispiace vederlo andare via. A un livello, per così dire, estetico, forse superficiale, ci dispiace che un presidente bello, elegante, colto, educato lasci lo studio ovale a una specie di muppet stolido, volgare, arrogante, pacchiano. Era dai tempi di Kennedy che mancava un presidente USA così carismatico, seducente, trascinante, capace di discorsi intensi e memorabili. E poco contavamo sull’elezione di un presidente afroamericano che attestasse in modo così iconico il grande passo avanti per superare l’abominio del razzismo. La cerimonia dell’insediamento, nel 2009, rimarrà nella nostra memoria come grande emozione, come ebbrezza di trionfo collettivo.  

Ma la ragione più profonda, più autentica del nostro dispiacere è un’altra. Per la nostra generazione (quella, per intenderci, del Sessantotto e dintorni) la prima campagna elettorale di Obama ha risvegliato echi del passato. Quel yes we can è entrato in risonanza con la potenza dei nostri ideali di allora, quando riempivamo le piazze di slogan con l’assoluta certezza che avremmo creato un mondo migliore, che la nostra forza gioiosa e inarrestabile avrebbe tradotto in realtà il più ardito dei sogni di pace e giustizia. Obama ci ha riportati ad allora, ai valori in cui abbiamo profondamente creduto, e ha rivitalizzato il sogno. Ed è quel sogno che, con il presidente uscente, oggi malinconicamente salutiamo.