Perché il teatro?

di Ester Ruggiero

È una domanda legittima, ognuno di noi ha una sua idea di teatro, che può essere affascinante, accogliente, respingente… E a volte può anche spaventare.
Ma prima di tutto il teatro è una lingua che serve a raccontare. Una lingua multimodale che permette di scegliere la forma del racconto. Direi una gran bella ricchezza.
E quando il teatro incontra una comunità, antica o recente, omogenea o eterogenea per mille motivi, nasce un racconto che parla del gruppo come individuo sociale, che agisce in un mondo e che alla comunità allargata restituisce in forma d'arte ciò che ha raccolto. Un racconto che si nutre di tutte le esperienze, delle riflessioni, delle suggestioni, dei dubbi, delle emozioni e della vita che in qualche modo incrociano il percorso creativo. Questo è il teatro che a noi interessa: uno strumento di ricerca, per concedersi il lusso di prendersi del tempo per esplorare e poi buttare tutto per esplorare ancora. Uno strumento per creare bellezza e rappresentare l'ordinario attraverso lo stra-ordinario. La parola incarnata, i corpi che agiscono hanno un potenziale espressivo infinito, suggestivo, evocativo, basta saper giocare.
E saper giocare insieme.
Ecco perché nel Teatro di Comunità esiste un concetto fondamentale che è quello di conduzione e che trova il suo fondamento proprio nella radice etimologica del termine: cum dúcere, menar seco, servendo altrui di guida, e anche semplicemente guidare, servir di scorta, regolare il cammino.[1]
Il conduttore, quindi, guida, protegge, indirizza facendo parte del processo, condividendo e modellando lo stupore e la meraviglia che l’esperienza artistica produce. “È proprio il conduttore che si disarma, cioè si permette di entrare nell'esperienza di conduzione mettendo in relazione la sua azione con ciò che il gruppo e le persone portano in primo piano. Quello che ha nelle mani non sono armi, ma sensibilità, pratiche di lavoro teatrali che conosce profondamente e che ha esplorato sia nelle componenti performative che in quelle sociali ed affettive. Inoltre ha la capacità di stare nella scelta e nella ricerca, la capacità di prestare attenzione, la possibilità di sbagliare, di chiedere, di avere bisogno. Tutto questo inizialmente è patrimonio del conduttore, ma presto diviene stimolo e patrimonio del gruppo e delle persone.” Nessuna paura, dunque, solo un volo collettivo libero e molto spesso liberatorio. Quindi, per citare una Bloomer: let’s go, just do it.  


[1] Ottorino PIANIGIANI, Vocabolario etimologico della lingua italiana, 1923)