Un pensiero a Leonard Cohen

You want it darker, il suo ultimo album, il quattordicesimo della sua carriera, è uscito il 21 ottobre. Ci siamo golosamente predisposti all’ascolto, pregustando la calda dolcezza della sua voce, la raffinatezza dei suoi arrangiamenti, la bellezza dei suoi versi. Non sapevamo, non immaginavamo. Per questo, al primo ascolto, You want it darker è arrivato come un pugno nello stomaco. Un album recitato, declamato e non cantato, con una voce che scandaglia tutta la profondità delle sue corde, con versi intrisi di sofferenza, di disperazione. È stato immediatamente chiaro che non ne aveva per molto. Leonard Cohen è morto il 7 novembre. Non è il primo artista che, nella consapevole imminenza della morte, lascia un criptico messaggio di addio. Così David Bowie con Blackstar, così Freddy Mercury con The show must go on. L’album di Cohen va oltre. È come se, attraverso i suoi versi, Cohen cercasse di elaborare il lutto della propria morte, di chiudere tormentosi dissidi con un Dio assente (A million candles burning / For the help that never came) eppure cercato (I’m ready, my Lord). Cohen completa così la sua vita di uomo e di poeta, che ha saputo dare voce a tutta la gamma delle emozioni senza mai tirarsi indietro. Ci lascia tanto. Le sue canzoni, come è ovvio. Ma anche il suo modo umbratile di vivere una fama sconfinata e una carriera di poeta, cominciata nel 1951, e di cantautore, che dura dal 1967 senza mai appannarsi. Le sue canzoni senza tempo hanno accompagnato la nostra generazione. Suzanne, Halleluja, I’m your man, Take this waltz ... e quante altre! Per queste canzoni, e per le emozioni che ha saputo trasmetterci, è con gratitudine e grande affetto che, parafrasando la canzone che ha dedicato a Marianne, la donna più importante della sua vita, ci viene da dire So Long, Leonard!